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Cosa vuol dire fare la brand manager di The Hoxton, a Firenze?

  • Immagine del redattore: Ginevra Ferrari Ardicini
    Ginevra Ferrari Ardicini
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 5 giorni fa

Parliamo di te: che percorso ti ha portata a diventare Brand Manager di The Hoxton Firenze?

E’ stato un percorso particolare, ma alla fine sto facendo esattamente quello per cui ho studiato. Ho fatto un master in Brand Management alla Marangoni con focus moda, quindi arrivavo da un contesto fashion sia negli studi sia nelle prime esperienze lavorative. Lavoravo in una piccola azienda di sneaker in marketing e grafica: progetti belli ma budget ridotti. Era il mio primo stage, poi diventato tempo indeterminato. Poi e’ arrivata l’occasione della Menagere: per tutti fu una scelta folle (“lasci il fashion per un ristorante?”), per me un salto nel vuoto. Non sapevo bene cosa stessi facendo, ma oggi posso dire che e’ stato il momento chiave che mi ha portata al lavoro che ho ora. Molte amiche della moda mi chiedono come ho fatto a passare all’hotellerie: e’ stato un mix di casualita’, coraggio e attenzione per brand con identita’ forte.



Cosa facevi esattamente nel fashion prima di passare all’hospitality?

Lavoravo in marketing e grafica: progettini, contenuti, piccole produzioni visive. Ma era un lavoro molto monotono: stessi task, stessi ritmi. Io invece ho sempre avuto molti interessi e quella staticita’ mi pesava tanto.


Hai avuto un periodo difficile prima di trovare il tuo percorso. Cosa e’ successo?

Dopo la triennale in Fashion Design ho avuto anni di vuoto totale, senza trovare lavoro. Ero disperata. Ero in quella zona grigia: poca esperienza, ma neanche abbastanza “titoli” per ruoli piu’ alti. Facevo tanti progetti, aiutavo amici, sperimentavo… ma a livello di CV sembravo un jolly: sapevo fare tante cose ma nessuna iperspecializzata. Temevo fosse il motivo per cui non avrei mai trovato il mio posto. La svolta e’ stata la Menagere: li’ ho capito che esistevano lavori dove essere trasversale era un valore, non un limite.


Cosa hai imparato a La Menagere, sia a livello professionale che personale?

A livello professionale ho imparato tutto sul mondo food & beverage: arrivavo con il lato creativo, ma non conoscevo le basi tecniche. Li’ ho fatto davvero formazione completa. Essendo una gestione familiare e una struttura piccola, mi hanno dato molta fiducia: ho gestito progetti “da senior” quando ero ancora junior. In due anni ho imparato tantissimo. A livello personale mi sono avvicinata a cio’ che sono davvero: una persona che ha bisogno di giornate diverse, stimoli diversi, multitasking. Venivo da un lavoro monotono che mi stava spegnendo mentalmente. Li’ ho capito che il mio mondo era quello.


Qual e’ stato il progetto che ti e’ rimasto piu’ nel cuore a La Menagere?

Sicuramente l’apertura di Roma. Mi hanno lasciato molta liberta’ creativa e anche a livello di budget. Ho coinvolto l’artista Sex Dreams e ho creato un progetto che univa urbano, street e lusso: un linguaggio che gia’ amavo ai tempi dell’universita’. E’ stato il primo progetto in cui ho visto realizzato qualcosa che prima esisteva solo nei concept scolastici.



Perche’ a un certo punto hai sentito il bisogno di cambiare e approdare a The Hoxton?

Mi trovavo bene, ma iniziavo a sentirmi “stretta”. Desideravo un ambiente piu’ internazionale, strutturato. Pensavo anche a un futuro all’estero. Poi e’ arrivata The Hoxton, paradossalmente sulla stessa via. Loro cercavano il mio ruolo da mesi; quando ho mandato il CV, era ancora aperto. Sono entrata a gennaio e l’hotel ha aperto a marzo: tutto di corsa e ritmi altissimi fin da subito.


Di dove sei e che rapporto hai con Firenze?

Sono di Forte dei Marmi ma vivo a Firenze da una decina d’anni. Firenze e’ la mia comfort zone: il posto dove torno per ricaricarmi. Lavorare qui su un progetto internazionale come The Hoxton e’ un mix interessante e sfidante.


In cosa consiste il tuo ruolo come Brand Manager? Com’e’ il tuo day-to-day?

Ogni giornata e’ diversa. Ci sono tanti progetti che entrano all’ultimo e io vivo bene questa imprevedibilita’. Mi occupo di tutta l’immagine del brand a Firenze: hotel, ristoranti interni (Enoteca Violetta, Ristorante Alassio), comunicazione e digital, eventi e community, Hox Gallery (la galleria d’arte). E’ un ruolo molto multitasking, passo dalla strategia agli artisti, dalla cucina agli eventi.


Come sono strutturati gli outlet F&B di The Hoxton Firenze?

Abbiamo Enoteca (wine bar di quartiere), l'Alassio (ristorante costiero), lobby bar. Sono tutti concept creati internamente da Ennismore: non ristoranti d’albergo, ma luoghi per la comunita’ locale.


Intervieni anche sul prodotto, oltre che sulla comunicazione?

Si’. Con Enoteca, ad esempio, abbiamo introdotto piatti piu’ completi per rispondere al trend dei wine bar dove puoi anche cenare davvero. Non sono chef, ma porto input su trend e lifestyle.


Cos’e’ Hox Gallery e che ruolo ha?

E’ la galleria d’arte interna di The Hoxton. Ogni due mesi ospitiamo un artista selezionato. Tutto il ricavato delle opere vendute va all’artista; noi offriamo visibilita’ e un vernissage. E’ un ponte tra hotel e scena creativa.


Come cambia il modo di comunicare tra ospiti dell’hotel e il local?

L’ospite e’ piu’ semplice: conosce gia’ il brand, e’ curioso, vuole provare F&B. Il local e’ la vera sfida: Firenze e’ conservativa e tende a frequentare sempre le stesse zone. Per loro investiamo su eventi mirati, collaborazioni, comunicazione autentica e un forte lavoro di posizionamento.


Che tipo di clientela ospitate? E come comunicate?

Soprattutto internazionali, moltissimi americani. Ma The Hoxton vuole comunicare in italiano per mantenere autenticita’ e radicamento locale. Io uso spesso doppia lingua: italiano e inglese.


Perche’ The Hoxton ha scelto Firenze e non Milano?

Firenze era da anni nel radar del brand. Le aperture dipendono molto dagli immobili disponibili: trovare lo stabile giusto e’ fondamentale. The Hoxton non apre mai in pieno centro turistico ma in zone con personalita’.


Che ruolo ha The Hoxton nella citta’?

Firenze aveva un vuoto da colmare: mancava un hotel vissuto quotidianamente come spazio sociale, per lavorare, incontrarsi, partecipare a eventi. L’obiettivo e’: introdurre la cultura della lobby, creare una scena di eventi che trattenga i giovani qui, portare un mood internazionale senza snaturare la citta’.


Come vedi il futuro delle partnership trasversali?

Saranno sempre piu’ comuni: le barriere tra settori si stanno dissolvendo. Io amo le collaborazioni trasversali, ma devono avere sostanza. L’obiettivo e’ sperimentare senza perdere coerenza.


Come stai lavorando sul posizionamento di The Hoxton Firenze? E come definiresti il brand?

E’ un work in progress. Da ottobre stiamo iniziando a vedere risultati concreti. Il mio obiettivo e’ rendere The Hoxton il place to be: un luogo dove si va per fiducia, sapendo che qualsiasi evento sara’ bello. Gli opening, Halloween, le collaborazioni… stanno costruendo questa fedelta’.


Come lavora The Hoxton globalmente con le comunita’ locali?

E’ un pilastro del brand. A Londra la community si attiva da sola; a Firenze bisogna costruirla. Ho lavorato molto con il team di Londra portando dati e insight sul territorio.


Quanto tempo ci vuole per far nascere un evento?

Dipende: mesi per alcune collaborazioni, un pomeriggio per altre. Il giovedi’ night format e’ nato il giorno prima. L’anno e’ stato tutto in corsa: apertura, opening party, Pitti, estate.


Come organizzi concretamente un evento? Qual e’ la tua checklist?

Il mio primo alleato e’ il F&B team. Poi coinvolgo chef, ingegneri e partner esterni. Tranne l’opening party, tutto e’ prodotto internamente.


Come vuoi che i clienti ricordino il loro soggiorno?

Come un ritorno a casa. Molti ospiti collezionano gli Hoxton del mondo: devono sentirsi parte di una community globale, con la certezza di ritrovare ovunque lo stesso mood.


In cosa gli Hoxton sono coerenti e in cosa differiscono?

Sono coerenti nel tono e nell’approccio del personale. Differiscono totalmente nel design: ogni hotel viene creato da zero da AIME Studios, con riferimenti profondi alla citta’.


Il tuo viaggio dei sogni?

Un mese negli Stati Uniti: Los Angeles on the road e poi New York.


Un hotel che ammiri?

Il Pellicano e l’Hotel du Cap-Eden-Roc.


Cosa porti sempre in valigia?

Un libro, la piastra, il profumo.


Che musica c’e’ al The Hoxton? E qual e’ il tuo rapporto con la musica?

Ogni outlet ha playlist curate da un’agenzia. Io vado al lavoro a piedi ascoltando musica per mezz’ora: cambia il mio mood.


E tu, da grande, cosa vorresti fare?

O avere qualcosa di mio, oppure un ruolo piu’ alto nello stesso percorso. Mi piacerebbe vivere all’estero: Copenaghen o New York.


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